Nel Lazio esistono da secoli terreni destinati ad uso civico, un enorme patrimonio fondiario la cui mappatura si perde nel tempo con conseguenze dirette nel presente, come il caso degli immobili costruiti in particelle ‘contese’ che non possono essere oggetto di compravendita e quindi che vedono azzerato il valore a danno delle famiglie che li hanno acquistati in buona fede.
Questo è principalmente dovuto alle differenti conclusioni alle quali giungono le ricerche dei periti demaniali nominati dalle università agrarie o dagli altri enti gestori degli usi civici e quelle dei periti demaniali nominati dal Commissario agli usi civici.
Una sentenza della Consulta ha da una parte ribadito la competenza legislativa statale sugli usi civici, riconducibile alle materie dell’ordinamento civile e della tutela dell’ambiente, e dall’altra confermato che spettano alla Regione le competenze amministrative, trasferite dallo Stato.
Tra queste competenze rientra la nomina dei periti demaniali addetti alle “opere di sistemazione” degli usi civici, intendendo con tale locuzione il lavoro di ricerca storico-giuridica. Al momento questo potere di nomina è delegato a sua volta agli enti gestori dei diritti civici per effetto della legge regionale 8 del 1986.
Per superare questo impasse che va a danno della cittadinanza ho depositato una proposta di legge si che modifica la legge 8/1986 restituendo la competenza alla Regione, a maggiore garanzia dell’imparzialità dell’azione amministrativa e in attuazione del piano regionale di riordino degli usi civici, previsto fin dal 1986, mai attuato dalla Regione Lazio e ormai non più procrastinabile.
Si tratta di due modifiche necessarie per raggiungere un maggior livello di certezza giuridica sulla consistenza degli usi civici e sulla natura dei diritti esistenti sui terreni, con l’effetto di sbloccare anche la commerciabilità economica e la tutela della proprietà privata di quelli che fossero riconosciuti privi di gravami. Questa proposta rappresenta un passaggio obbligatorio per una successiva riforma legislativa regionale in materia. Sarebbe infatti del tutto velleitario pretendere di riformare questi istituti senza avere un quadro esatto ed aggiornato della diffusione del fenomeno sul territorio. Per troppi anni la Regione Lazio non ha preso una posizione, lasciando troppo potere alle Università Agrarie e ai loro direttivi, come nel caso di Civitavecchia, dove è necessario procedere al più presto con nuove elezioni per scongiurare il comportamento dell’ente agrario che per anni ha bloccato la città sulla base di una perizia di parte.